http://www.nationalgeographic.it/fotografia/2012/05/30/foto/lisbona_a_passeggio_con_pessoa-1056402/1/
giovedì 31 maggio 2012
Su National Geographic Lisbona di Santo Mangiameli e Sandra Quagliata
...felicissimi di essere a modo nostro -sandra quagliata e santo mangiameli- su national geographic!!!!
http://www.nationalgeographic.it/fotografia/2012/05/30/foto/lisbona_a_passeggio_con_pessoa-1056402/1/
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mercoledì 9 maggio 2012
La pietà digitale
pubblicato su fotografia 3.0 e canon club italia
di santo mangiameli e sandra quagliata
Ancora una Pietà, questa volta a colori, una pietà digitale.
Il World Press Photo 2012 racconta e premia la primavera araba citando la Pietà
di Michelangelo, l’autore è lo spagnolo Samuel Aranda (foto 1). Tanti sono
stati i pareri, anche in opposizione, alla premiata foto, ma ad Aranda va certo
il merito di essere stato il solo fotografo occidentale presente in Yemen
durante le rivolte. Sul piano formale la foto che ritrae Fatima Al-Qaws,
la donna velata che abbraccia il figlio ferito a Saana, dopo una manifestazione
anti-governativa, è un’immagine profondamente semplice e costruita sulle
direttrici di una geometria minimale. L’assoluta centralità del soggetto, il
dualismo cromatico, la neutralità della quinta lignea e il vuoto prospettico
danno all’immagine un elevato valore iconico che astrae la scena dal reale.
L’impossibilità, poi, di riconoscere i volti trasforma la foto in un simbolo
che parla universalmente della primavera araba. Ciò che è successo per la foto
di Aranda non è certo un caso isolato. Già nel 1997 la Madone de Bentalha (foto
2) foto scattata ad Algeri da Zaouar Hocine (France Presse), venne presentata
sulle prime pagine di settecentocinquanta testate mondiali come un’icona
suggestiva di uno dei temi più cari all’immaginario cristiano, vincendo nel
1998 il W.P.P. Riconoscendo i meriti alla fotografia, così carica di
valori umani e storici nel narrare e denunciare il massacro di
quattrocentodiciassette persone, appare però riduttivo riconoscerne il valore
unicamente in chiave iconica, ricordando anche quanto detto dal critico e
storico d’arte Georges Didi-Huberman sulla “colonizzizzazione” occidentale del
dolore di Oum Saâd, la donna musulmana ritratta. Così è per le tante “pietà”
consegnateci dai grandi del fotogiornalismo: pensiamo a quelle di Salgado, Nachtwey
(foto 3) e alla celebre Tomoko Uemura in Her Bath di Smith (foto 4), scattata a
Minamata nel 1972 che riuscì a bloccare il progressivo avvelenamento al
mercurio della baia di Minamata, causato dalla Chisso Corporation. Tra tutte,
la “pietà” di Smith ci mostra per prima in che termini si possa tradurre in
chiave iconografica un momento emblematico della vita di Tomoko. Più volte si è
detto come il modello michelangiolesco emerga dallo scatto di Smith. Se c’è del
vero, a nostro avviso, questa lettura presenta dei limiti: Smith ribalta tutti
i valori della pietà romana, superando l’idealismo rinascimentale a favore di
un realismo storico di denuncia. Fermarsi soltanto al riconoscimento
iconografico delle immagini per avvalorarne significato e importanza non ci
sembra esaustivo, sarà lo stesso Michelangelo a ripensare la sua scultura
elaborando concettualmente, in tarda età, un’idea diversa di pietà, declinata
in termini più espressivi. Senza cadere in rigidi parallelismi, le sculture di
Michelangelo e lo scatto di Smith, ci appaiono immagini complementari,
lontane da ogni forma di clonazione culturale. Così come Michelangelo per i
manieristi, anche Smith consegnerà una riflessione decisiva per le future
generazioni. Accadrà per Salgado, Lu Guang (foto 5 e 6) ed altri, al punto tale
che sembra riproporsi anche un “manierismo” fotografico. Quando negli anni ‘20
del Novecento Max Dvoràk riconobbe i segni di una crisi spirituale e di una
nuova sensibilità nelle opere dei manieristi, spiegò come le nuove immagini
fossero contraddistinte da una fantasia individuale e creatrice in antitesi
alle norme classiche. Al di là dell’ iconografia, la riflessione soggettiva
rappresenta il dato indispensabile di un immagine. Così è per la “pietà” di
Salgado, scattata in Sudan, potente immagine della dignità della vita umana
(foto 7). Ci chiediamo dunque quale possa essere, ancora oggi, l’utilità di
alcuni pregiudizi artistici sulla fotografia e dove porti l’astrazione
imboccata dallo spagnolo Aranda.
Così la primavera araba viene raccontata dal gusto
occidentale. Un Occidente indiscusso che celebra l’ormai così vicino
Oriente con una codifica e decodifica apparentemente innocua eppure fortemente
politicizzata e ancora una volta imponente e imposta. Un Occidente che, incapace
d’interpretare, cita se stesso, omaggiandosi. L’estetica vince sulla storia,
sulla dignità e il riconoscimento che si dovrebbe ad ogni cultura. E’, forse,
integralismo occidentale? Icona, stereotipo di quella civiltà dell’immagine che
ai valori estetici ha attribuito priorità, ancor prima del contenuto. Ed è ciò
che temeva, riferendosi in generale alla difficile scelta per la premiazione
dell’importante già citato concorso W.P.P, Renata Ferri membro della giuria e
photo editor di Io Donna, “Senti il rischio di iconizzare il dolore, di cadere
negli stereotipi.”. L’Occidente può identificarsi, espiando così la colpa,
bisognoso d’essere consolato e redento. E’, forse, ciò che avvenne nel 1955,
con la mostra La famiglia dell’uomo di Edward Steichen co-fondatore di
Photo-secession, che arrivò, come dice la Sontag “…per dimostrare che l’umanità
è una e che gli esseri umani, nonostante i difetti e le cattiverie, sono
creature attraenti. Le persone raffigurate nelle fotografie erano di tutte le
razze” e ancora, secondo la Sontag, ciò impedisce una comprensione storica
della realtà, negando così il peso delle differenze, dei conflitti che hanno le
radici dentro la storia. Secondo Renata Ferri la nuova Pietà di Aranda tratta
di “formalità classica a cui è difficile non dare retta”. La lettura
dell’immagine trova un bivio che in entrambe le direzione non può soddisfare il
passaggio alla storia che inevitabilmente fa la foto premiata: occhi
ingenuamente ignoranti o storicamente dominanti?
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mercoledì 2 maggio 2012
mercoledì 4 aprile 2012
Jeux d'enfants: laboratorio sperimentale sui diritti dell'infanzia
Jeux d'enfants: laboratorio sperimentale sui diritti
dell'infanzia di Sandra Quagliata e Santo Mangiameli, con il patrocinio del
Comitato provinciale Unicef di Catania.
"...Il progetto è al primo atto. S'impegnerà ad
ascoltare bambini di piccole e grandi province dell'Italia, immigrati d'ogni
paese, bambini diversamente abili, sarà ospitato da alcune comunità africane,
al fine di dar voce e far conoscere la realtà di un momento così importante
dell'esperienza umana. (dal manifesto Jeux d'enfants)"
Si ringrazia il Comitato provinciale Unicef di Caltanissetta
e il V circolo didattico "M.L.King" di Caltanissetta per
l'accoglienza e la collaborazione.
venerdì 23 marzo 2012
La disinformazione della foto-quotidiana di S.Quagliata e S.Mangiameli su Canon Club Italia
mercoledì 14 marzo 2012
La disinformazione della foto-quotidiana
l'articolo anche su Fotografia 3.0 e su Canon Club Italia
“…secolare minaccia di una conquista surrealista della
sensibilità moderna (S.Sontag)”
Non contenibile e liquida nella storia, sincera. Così viene
utilizzata all’occorrenza, didascalicamente, dalle grandi testate giornalistiche
per ricalcare, sottolineare, parole già dette, scritte, stampate e per questo
autoritarie e indiscutibili. Perché è vero che c’è anche la fotografia
lusingatrice, quella costruita secondo l’impacchettamento televisivo, che va
dalla luce alla composizione, passando per la creazione di pathos facilmente
vendibile e spendibile, facilmente fruibile e infine tollerabile; ma
soprattutto questa fotografia ha la grande potenza d’essere dimenticata: la
morte del fotogiornalismo che invece vuole e deve costruire memoria di un paese.
Ma troppo lavoro è anche soltanto passare da tutte queste qualifiche prima
ancora d’essere dimenticata. Così alle dittature della seconda guerra mondiale
scappa la scintilla che pure viene utilizzata durante la propaganda delle
stesse, ma che inevitabilmente scappa… è la Magnum a nascere a ridosso di
queste perché i fotogiornalisti vogliono dire la propria al di là delle
didascalie della propaganda che li ha utilizzati all’occorrenza. Dalla nascita
della Magnum, innanzitutto rivendicazione di libertà e autonomia della
fotografia cosa è cambiato?
Leonardo Brogioni, giornalista di Progresso Fotografico
afferma “Il problema del controllo dei fotografi è così presto risolto: si
scelgono coloro che possono essere manipolabili o il cui stile è in sintonia
con il messaggio che la rivista deve inviare ai propri lettori (…). La realtà
professionale è fatta di fotogiornalisti che lavorano e campano realizzando, loro
malgrado, servizi di scarso interesse, di bassa qualità e di poca soddisfazione
economica..”
Nella pratica come si esplica questa perdita, innanzitutto,
dei lettori?
Il 13 marzo 2003 le più grandi testate nazionali e
internazionali dei paesi facenti parte della coalition of the willing, (tra cui,
appunto, l’Italia) ci informavano dell’attentato a Nassiriya che causò
ventisette vittime e certamente un duro colpo sul piano del consenso, anche
mediatico, alla politica militare della coalizione. Lo facevano tutte con
la stessa immagine, quella dell’Associated Press, scattata da Anja Niedringhaus.
La foto, in un insolito notturno, inquadrava un militare italiano a guardia
dell’area colpita dall’esplosione, col fucile in asse di fronte alle macerie
del comando. Se non fosse stato per il gesto del braccio alzato sull’elmetto e
il capo chino, che tuttavia rimane sobriamente misurato e composto, e la
potenza iconica dell’edificio sventrato volutamente lontano nella semioscurità
dell’orizzonte, difficilmente potremmo intendere la tragicità dell’accaduto.
Altre immagini avrebbero potuto esprimere un maggiore coinvolgimento umano,
quantomeno più vicine in tempo reale all’esplosione mattutina e attente a
cogliere la mimica del volto del militare, che invece rimane distante e sovraesposta
a causa dei riflettori televisivi. Se la foto si impone sulle prime pagine,
traducendo in termini visivi l’enunciato dei titoli nazionali che aprono
all’unisono sulla “ Strage degli italiani”, il Manifesto decide, invece, di
quadrare e ingrandire la foto in un disperato tentativo di ricerca dell’umano.
Che la scelta editoriale non fosse determinata dall’assenza di altre immagini,
lo si capisce dal lavoro della Reuters sul posto fin dal momento
dell’attentato. La differenza sta sulla potenzialità iconica e simbolica dello
scatto di Anja Niedringhaus: la tragedia viene epurata e ordinata secondo uno
schema che annulla tutti i segni realistici della tragedia e della sconfitta
militare, offrendo al lettore l’immagine appena turbata di un militare capace
di continuare la sua missione. Si tratta di un messaggio rassicurante e in
linea con il giudizio di un governo che giustifica la sua manovra militare
senza mai criticare, nemmeno dinnanzi ad un costo umano così elevato.
L’esercizio di desemantizzazione è ripetibile con moltissime
prime pagine degli ultimi dieci anni del Paese, e forse potremmo allargare il
campo e iniziare a leggere e decodificare dalla nascita della tv commerciale in
poi, quando in Italia tutti i mass-media divengono contorno di questa.
L’influenza dei mass-media sulla società, sull’orientamento
politico di una nazione è troppo importante per lasciare ai fotogiornalisti, alla
fotografia la libertà d’esprimersi e perché questa assenza non sia troppo
rumorosa, perché non ci si interroghi troppo sul perché di tale assenza allora
è presente in tutta la sua mancanza di autonomia e in tutta la sua ridondanza.
In Italia siamo al sessantunesimo posto secondo la
Classifica Mondiale della Libertà di Stampa del 2011-2012 di Reporter senza
frontiere.
Link utili:
http://rsfitalia.org/classifica-della-liberta-di-stampa-2011-2012-3/
http://www.leobrogioni.it/fotogiornalismo/articoli%20AR/lib&fg.pdf
http://www.fotoinfo.net/articoli/detail.php?ID=56
giovedì 9 febbraio 2012
Il blog su Fotografia 3.0
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