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martedì 10 marzo 2009

Il suo nome è Medea?



Da un’interpretazione libera e composita della tragedia “Medea” di Euripide, nasce “Il mio nome è Medea” scritto e diretto da Angelo D’Agosta, al suo esordio.

"Della maga, della pazza se n’è parlato, io volevo esaltare, invece, la donna in Medea, perché è la donna che muove i sentimenti…" sottolinea il regista, che pur avendo scelto un cast unicamente al femminile non tenta la contrapposizione alla rappresentazione classica del veto alla donna sulla scena, quanto piuttosto l’intento di far raccontare "alle donne la storia di una donna".

Il favore di Euripide verso la sua fiera Medea viene ora ripreso e palesato da un bacio in scena dell’autore ad una Medea che perde il suo tono austero e la sua antica etimologia di “astuzia e scaltrezza”, lasciandoci una più romantica donna che prende caratteri più comuni di fragilità e debolezza davanti un amore tradito da Giasone, divenendo a tratti implorante, perdendo dignità nell’espressione del dolore, subendo il suo stesso ripiego e la negazione di un’indole vendicativa, cadendo in un travaglio psicologico di “donne che amano troppo”.
Lo stesso D’agosta nei monologhi della nuova Medea che adesso si rivolge alla luna e non più agli dei, sottolinea il pentimento e il diniego al passato della maga abituata a mettere fra sé ed il nemico la morte, della lucida barbara che colpita nel letto diviene capace di qualunque atto, arrivando al sacrificio estremo dei figli, purché essi siano negati a Giasone, che, invece, ne “Il mio nome è Medea” muoiono a causa di un incidente.
La viltà ed il cinismo di Giasone esaltati da Euripide per contribuire a modificare una visione maschilista del tempo, si affievolisce con D’Agosta che ci mostra un uomo segretamente innamorato della donna tradita, in lotta con interessi, non soltanto per la “ragion di Stato”, ma anche per un’antica promessa di matrimonio fatta a Creusa. D’Agosta istituisce cosi un triangolo, più “televisivo” che di teatro tragico, lasciando intendere una sua ispirazione più contemporanea che classica.

Dietro una recitazione adeguata al testo e coinvolgente nell’interpretazione di Creonte data da Anna Aiello, troviamo una buona idea di scenografia che interagendo con l’azione scenica si lascia spogliare e strappare dando una sensazione di compiutezza e irreversibilità; meno convincenti le video proiezioni, che pur allentando la tensione recitativa lasciano poco spazio all’interpretazione dello spettatore.
Interessanti le musiche originali di Giorgio Romeo, presenza costante sul palco che accompagna con un tema ricorrente e minimale divenendo incalzante nei tratti di maggiore intensità.
Dalla prima esperienza di Angelo D’Agosta e della compagnia formatasi all’occorrenza, traspare un grande entusiasmo e come afferma il regista "nonostante le difficoltà siamo rimasti uniti come un gruppo d’amici, quali poi siamo diventati".

Sandra Q.

Articolo pubblicato del 04/12/2007 pubblicato su Step1

Debito di genere femminile plurale



Per ricostruire la propria identità si riparte dalla negazione “ Il mio nome non è Wendy”, è il racconto di una giovane donna nigeriana che dall’Africa arriva in Italia in cerca di riscatto dalla povertà del suo paese, ritrovandosi vittima del mercato della prostituzione, che viene scritto e interpretato da Paola Monzini, ricercatrice e storica.
“…ho collaborato con le Nazioni Unite, magistrati, conobbi la tratta che porta le nigeriane in Italia da molte angolazioni, nacque un saggio a cui, però, mancava una testimonianza diretta. Wendy cercava qualcuno che desse voce alla sua storia mai raccontata.”, cosi descrive Paola Monzini l’input del libro, nel convegno tenuto al Monastero dei Benedettini giorno 27 novembre, a cui ha preso parte Emanuela Abbatecola, sociologa dell’Università di Genova che ci invita a riflettere sulla posizione determinante del cosiddetto “cliente”, che nonostante si nasconda dietro la neutralità e genericità del termine stesso, è soggetto determinante della richiesta che crea il mercato.
E’ paradossalmente il senso di colpa ad accompagnare queste donne vittime di una realtà imposta loro malgrado, riflette Pina Mendorla, professoressa dell’ Università di Catania intervenuta anch’essa alla tavola rotonda sul mercato globale della prostituzione.
La violenza impartita sia psicologicamente che fisicamente trova nello status di prostituta, poi, aggiunto a quello di extra-comunitaria, se non una ragione d’essere, almeno una gravità minore, “…a volte sono proprio uomini delle forze dell’ordine a chiedere prestazioni gratuite, piuttosto che difendere e salvaguardare i diritti violati di queste donne…” si osserva.
Il libro è anche la denuncia di una realtà “tollerata”, che trova il suo disequilibrio fra il lecito e l’illecito: decoro, sicurezza, ordine pubblico, intento ad una scarsa visibilità è ciò che ancora oggi muove il pensiero e l’azione della nostra società davanti al fenomeno di cui fanno parte per il 50% circa giovani donne straniere, ingannate dalla falsa propaganda di una vita migliore, ritrovatesi debitrici di un sogno verso il “Caronte-protettore”, costrette a prostituirsi in virtù del debito.
E’ il “difetto” linguistico, la valenza dispregiativa che trova nel termine “prostituta” e nelle sue molteplici declinazioni volgari, il massimo “peccato” a ciò che non si deve essere, contrapposto a ciò che non si deve fare: il protettore.
Parliamo ancora di una società che fonda le sue radici sullo sfruttamento del debole, eppure è anche grazie a due uomini, personaggi nel libro, che Wendy oggi è laureata e denuncia la sua storia.
“Il libro è bello per l’interpretazione, l’uso del presente per dare realtà al personaggio, e la cura con cui la scrittrice si rapporta alla fonte.” dice Luciano Granozzi, delegato ai Circuiti Culturali e coordinatore del convegno insieme a Rita Palidda, presidente del Comitato per le Pari Opportunità, a cui si affianca la voce di Amnesty Catania per sostenere e denunciare e chiedere risorse di cittadinanza dal paese di origine ma anche dal nostro paese, perché non si resti ancorati alla giustificazione data dal luogo comune del “mestiere più antico del mondo”.


Sandra Q.

Articolo del 28/11/2007 pubblicato su Step1