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mercoledì 14 marzo 2012

La disinformazione della foto-quotidiana

l'articolo anche su Fotografia 3.0 e su Canon Club Italia



“…secolare minaccia di una conquista surrealista della sensibilità moderna (S.Sontag)”

Non contenibile e liquida nella storia, sincera. Così viene utilizzata all’occorrenza, didascalicamente, dalle grandi testate giornalistiche per ricalcare, sottolineare, parole già dette, scritte, stampate e per questo autoritarie e indiscutibili. Perché è vero che c’è anche la fotografia lusingatrice, quella costruita secondo l’impacchettamento televisivo, che va dalla luce alla composizione, passando per la creazione di pathos facilmente vendibile e spendibile, facilmente fruibile e infine tollerabile; ma soprattutto questa fotografia ha la grande potenza d’essere dimenticata: la morte del fotogiornalismo che invece vuole e deve costruire memoria di un paese. Ma troppo lavoro è anche soltanto passare da tutte queste qualifiche prima ancora d’essere dimenticata. Così alle dittature della seconda guerra mondiale scappa la scintilla che pure viene utilizzata durante la propaganda delle stesse, ma che inevitabilmente scappa… è la Magnum a nascere a ridosso di queste perché i fotogiornalisti vogliono dire la propria al di là delle didascalie della propaganda che li ha utilizzati all’occorrenza. Dalla nascita della Magnum, innanzitutto rivendicazione di libertà e autonomia della fotografia cosa è cambiato?

Leonardo Brogioni, giornalista di Progresso Fotografico afferma “Il problema del controllo dei fotografi è così presto risolto: si scelgono coloro che possono essere manipolabili o il cui stile è in sintonia con il messaggio che la rivista deve inviare ai propri lettori (…). La realtà professionale è fatta di fotogiornalisti che lavorano e campano realizzando, loro malgrado, servizi di scarso interesse, di bassa qualità e di poca soddisfazione economica..”
Nella pratica come si esplica questa perdita, innanzitutto, dei lettori?
Il 13 marzo 2003 le più grandi testate nazionali e internazionali dei paesi facenti parte della coalition of the willing, (tra cui, appunto, l’Italia) ci informavano dell’attentato a Nassiriya che causò ventisette vittime e certamente un duro colpo sul piano del consenso, anche mediatico,  alla politica militare della coalizione. Lo facevano tutte con la stessa immagine, quella dell’Associated Press, scattata da Anja Niedringhaus. La foto, in un insolito notturno, inquadrava un militare italiano a guardia dell’area colpita dall’esplosione, col fucile in asse di fronte alle macerie del comando. Se non fosse stato per il gesto del braccio alzato sull’elmetto e il capo chino, che tuttavia rimane sobriamente misurato e composto, e la potenza iconica dell’edificio sventrato volutamente lontano nella semioscurità dell’orizzonte, difficilmente potremmo intendere la tragicità dell’accaduto. Altre immagini avrebbero potuto esprimere un maggiore coinvolgimento umano, quantomeno più vicine in tempo reale all’esplosione mattutina e attente a cogliere la mimica del volto del militare, che invece rimane distante e sovraesposta a causa dei riflettori televisivi. Se la foto si impone sulle prime pagine, traducendo in termini visivi l’enunciato dei titoli nazionali che aprono all’unisono sulla “ Strage degli italiani”, il Manifesto decide, invece, di quadrare e ingrandire la foto in un disperato tentativo di ricerca dell’umano. Che la scelta editoriale non fosse determinata dall’assenza di altre immagini, lo si capisce dal lavoro della Reuters sul posto fin dal momento dell’attentato. La differenza sta sulla potenzialità iconica e simbolica dello scatto di Anja Niedringhaus: la tragedia viene epurata e ordinata secondo uno schema che annulla tutti i segni realistici della tragedia e della sconfitta militare, offrendo al lettore l’immagine appena turbata di un militare capace di continuare la sua missione. Si tratta di un messaggio rassicurante e in linea con il giudizio di un governo che giustifica la sua manovra militare senza mai criticare, nemmeno dinnanzi ad un costo umano così elevato.
L’esercizio di desemantizzazione è ripetibile con moltissime prime pagine degli ultimi dieci anni del Paese, e forse potremmo allargare il campo e iniziare a leggere e decodificare dalla nascita della tv commerciale in poi, quando in Italia tutti i mass-media divengono contorno di questa.
L’influenza dei mass-media sulla società, sull’orientamento politico di una nazione è troppo importante per lasciare ai fotogiornalisti, alla fotografia la libertà d’esprimersi e perché questa assenza non sia troppo rumorosa, perché non ci si interroghi troppo sul perché di tale assenza allora è presente in tutta la sua mancanza di autonomia e in tutta la sua ridondanza.
In Italia siamo al sessantunesimo posto secondo la Classifica Mondiale della Libertà di Stampa del 2011-2012 di Reporter senza frontiere. 













Link utili:
http://rsfitalia.org/classifica-della-liberta-di-stampa-2011-2012-3/
http://www.leobrogioni.it/fotogiornalismo/articoli%20AR/lib&fg.pdf
http://www.fotoinfo.net/articoli/detail.php?ID=56

martedì 29 marzo 2011

Nati per distacco. Endiadi di scrittura e fotogiornalismo:

nasce da "Lo sguardo incantato" esposto da Equidé e Arte al Cubo 2010, rispettivamente a giugno e settembre 2010, e ora rivisitato, ma pur sempre un campo aperto.

di Santo Mangiameli e Sandra Quagliata




venerdì 25 marzo 2011

Cyrano: Anteprima di Nati per distacco. Endiadi di scrittura e fotogiornalismo







Porto al collo il naso di Cyrano

testo di Sandra Quagliata e foto di Santo Mangiameli

Il mio viaggio è un viaggio a ritroso, partito da lontano batté tutte le strade possibili ed anche le più insidiose, amando e scommettendo ogni volta, in altalena col pensiero si dava e si negava… Ma oggi credo d’aver una mappa chiara, (come dire!) si tratta del primo quarto di una méta… E’ forse stata una caccia al tesoro, degli indizi spontanei poi mi portarono a posare gli occhi su di lui, che si trovava sulla bancarella di un paese in festa, e non sembrava per nulla un’altra scommessa, né un indicazione, né una via verso la ricerca…I vecchi sogni, o solo piaceri, le domande mi avevano condotta fin lì. Incontrai solo un piccolo anello, con sopra un quadrifoglio, mi sembrò una buona promessa a me stessa, la fede, la fortuna…
Oggi so di portare al collo il naso di Cyrano, le visioni di Cassandra, ho al collo la pioggia che arriva nel pineto, il dubbio nella certezza del saggio, ho "la diritta via che era smarrita", possiedo il viaggio del viaggiatore, il difetto di luce sopra il palco dell'attore, il tremore delle sue mani, l’amore adultero di Abelardo ed Eloisa, la Gioconda, il piccolo divieto trasgredito, il primo uomo sulla terra e tutti quelli a venire… Si tratta d’imperfetto o di mai-definitivamente-scritto…
E’ solo un quadrifoglio, che per sbaglio o altrui dimenticanza porta con sé il difetto genetico, la quarta foglia, ed ecco che nella “primaria” concezione diventa una fortuna, un carattere distintivo, una forza, una personalità, un naso deforme per un’opera grandiosa, una “condanna” a vedere più in là che regala il domani, oppure la semplice pioggia che arriva sulle ciglia d’Ermione e sembra pianto, ma di piacere!
L’uomo dato dal motore perfetto ed immobile nasce imperfetto, crea e si moltiplica nel caos, arriva dalla scintilla tra milioni di possibili scintille e nell’ipotesi, nell’imperfezione della perfezione, nel dubbio incalcolabile nasce, cresce, magari dipinge la Gioconda e poi muore, e nel suo essere imperfetto perché mortale trova la sua estensione nell’arte, l’interesse nella precarietà, la spinta nel perenne disequilibrio che ha nome di vita!
E’ forse nella quarta foglia tutta la verità, il segreto. E’ forse nel quarto desiderio, se il genio della lampada lo permettesse, superati i tre che ci accomunano nella voglia di denaro, salute e amore che troveremmo la nostra natura, ciò che ci distingue e ci determina, l’asimmetria del pensiero che porta al rinnovamento a nuovi tempi e nuove scoperte. Perché fu il pensiero asimmetrico di Colombo a portarci in America, la “maledizione” di Baudelaire a regalarci i suoi fiori, e poi lo sbarco sulla luna, l’inconscio di Freud, la mente “dispari” di Copernico, nella mano di Amleto per tutto ciò che saremo e non siamo.


Perché si deve far gli equilibristi tutta la vita e non si sa mai quando si arriva, che non c’è niente di deciso o di chiaro, non si sa perché il dolore non si distribuisca equamente o perché questo esista. Quando si crederà alla buona sorte si inciamperà, quando sarai deluso, sconfitto, amareggiato, tradito qualcuno tenderà una mano, e non si saprà mai perché questa vita sembri un miracolo; impossibilitati a capire il caos, la scelta trova il suo bivio, è un trascinare o esserne trascinati. Eppure la vita sceglie sempre la vita.
La rabbia nasce nei tempi dispari, la coscienza, “la linea d’ombra” si svela nei tempi dispari, il quadrifoglio s’incontra nel tempo dispari. Non è la perfezione che partorisce il movimento, non è nel benessere che fiorisce una rivoluzione.
Siamo figli imperfetti che hanno deciso di nascere, vedere la luce, venire al mondo nonostante le guerre, la fame, le ingiustizie, i soprusi, le umiliazioni pensando che un quadrifoglio può fare la differenza per combattere le guerre, saziare la fame, cercare giustizia, trovare riparo e conforto.
Augurandosi, poi, che nella “domanda”, imperfetta per definizione, non si trovi mai una fine, non una méta, né la certezza nella risposta, a fine che ci permetta sempre di continuare il viaggio verso Itaca.

martedì 22 marzo 2011

Nati per distacco: endiadi di scrittura e fotogiornalismo



Dal manifesto:
Il verbo italiano partire, che si mantiene in forma simile anche nel francese e nello spagnolo (partir), deriva dal sostantivo latino pars, partis, cioè “parte”, “frazione”. Contiene quindi in se l’atto della separazione, del distacco, termini questi che sono più facilmente applicabili alla morte che non alla nascita, come avviene nel caso “dipartita”. Eppure dalla stessa radice si origina il verbo latino parere, “partorire”, che è invece da collegare inequivocabilmente all’atto opposto, cioè alla nascita. L’ambiguità semantica che si crea attorno alla parola “partire” e alla sua doppia connotazione di inizio/fine, nascita/morte viene risolta sulla base della metafora fondamentale che il viaggio assume rispetto alla vita umana. Partire significa abbandonare uno stato, nel senso di condizione, per cercarne un altro; lasciare qualcosa di se alla ricerca di una rinnovata identità. Come nella lingua inglese che, sebbene non conservi l’etimologia latina, traduce “partire” con to leave, che è lo stesso verbo usato per “lasciare” qualcosa. “Partire dalla propria casa” diventa quindi sinonimo di “lasciare la propria casa”. (Letteratura comparata, a cura di Armando Gnisci, Milano 2002, p.130)

venerdì 8 gennaio 2010

Gavettando nelle parole

La casa editrice Il Filo ha selezionato due miei scritti che verranno inseriti nell'antologia "Navigando nelle parole 2009-2010"... soddisfazioni soddisfazioni :-)
...comunque...
dato che non becco un centesimo non è necessario comprarla :-), pubblico i miei selezionatissimi :-) due scritti qui:


In silenzio

Nei miei specchi si riflettono meraviglie,
la coscienza non è più un rischio,
incorniciata in paesi d'altri tempi,
senza testimoni,
resta una storia sospesa in equilibrio sulla superficie dell'acqua,
e in silenzio,
mi racconta.




La preghiera

L’aquilone ha ripreso il volo. Il filo non è sordo. E il pensiero viaggia. Il film non è muto. Il cuore pulsa e srotola la pellicola davanti ai miei occhi rossi.