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venerdì 4 marzo 2011

Jeux d'enfants a Caltanissetta. Dal 10 al 13 marzo a Villa Barile



Jeux d’enfants è un progetto fotografico voluto e realizzato dall’agenzia fotogiornalistica Neda free reports in collaborazione con la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Catania e patrocinato dall’Unicef. E’ un racconto dedicato ai bambini di diverse etnie realizzato in luoghi differenti del mondo. A tessere l’esperienza del viaggio è il tema dell’infanzia; i bambini offrono al racconto un’unica gioia, quella incantata del gioco. Li accomuna tutti un’esistenza difficile, costretta a misurarsi con le circostanze di una condizione di vita molto spesso a rischio. Jeux d’enfants è una dedizione incondizionata all’essere bambini, è la voglia di dire a tutti di esserlo stati. Mettere in discussione le distorsioni del presente e al tempo stesso pensare al futuro con più onestà e rispetto verso i diritti dell’esistenza umana.

giovedì 9 dicembre 2010

Mostra fotografica -Jeux d'enfants-



Giovedì 9 dicembre alle ore 10,00 al coro di Notte dell’Ex Monastero dei Benedettini si terrà la conferenza stampa per la presentazione della mostra “Jeux d’enfants”, realizzata dall’agenzia foto giornalistica Neda free reports, in collaborazione con le Facoltà di Lettere e Filosofia e di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Catania e patrocinata dall’UNICEF. Interverranno alla conferenza i presidi delle Facoltà, il prof. Enirico Iachello e il prof. Nunzio Famoso e il presidente del comitato provinciale Unicef di Catania prof. Vincenzo Lorefice.La mostra continuerà fino al 23 dicembre e per tutta la durata sarà allestito uno stand UNICEF per informare e raccogliere fondi da destinare ai progetti in favore dell'infanzia nel mondo.
La mostra “Jeux d’enfants” è un racconto dedicato ai bambini di diverse etnie, cucito in varie parti del mondo: ciò che li accomuna e che li fa bambini è il gioco e la sua metafora. Assediati in scene di guerriglia urbana, nelle bidonville malsane di Bangkok, tra i vicoli di Lisbona, i mercati di Londra, Parigi, Catania e per le antiche strade del Mediterraneo, immigrati e migranti in terre straniere, al sole equatoriale o sui banchi di scuola di una villaggio africano, i bambini offrono al racconto un’unica gioia, quella incantata del gioco.

martedì 10 marzo 2009

Debito di genere femminile plurale



Per ricostruire la propria identità si riparte dalla negazione “ Il mio nome non è Wendy”, è il racconto di una giovane donna nigeriana che dall’Africa arriva in Italia in cerca di riscatto dalla povertà del suo paese, ritrovandosi vittima del mercato della prostituzione, che viene scritto e interpretato da Paola Monzini, ricercatrice e storica.
“…ho collaborato con le Nazioni Unite, magistrati, conobbi la tratta che porta le nigeriane in Italia da molte angolazioni, nacque un saggio a cui, però, mancava una testimonianza diretta. Wendy cercava qualcuno che desse voce alla sua storia mai raccontata.”, cosi descrive Paola Monzini l’input del libro, nel convegno tenuto al Monastero dei Benedettini giorno 27 novembre, a cui ha preso parte Emanuela Abbatecola, sociologa dell’Università di Genova che ci invita a riflettere sulla posizione determinante del cosiddetto “cliente”, che nonostante si nasconda dietro la neutralità e genericità del termine stesso, è soggetto determinante della richiesta che crea il mercato.
E’ paradossalmente il senso di colpa ad accompagnare queste donne vittime di una realtà imposta loro malgrado, riflette Pina Mendorla, professoressa dell’ Università di Catania intervenuta anch’essa alla tavola rotonda sul mercato globale della prostituzione.
La violenza impartita sia psicologicamente che fisicamente trova nello status di prostituta, poi, aggiunto a quello di extra-comunitaria, se non una ragione d’essere, almeno una gravità minore, “…a volte sono proprio uomini delle forze dell’ordine a chiedere prestazioni gratuite, piuttosto che difendere e salvaguardare i diritti violati di queste donne…” si osserva.
Il libro è anche la denuncia di una realtà “tollerata”, che trova il suo disequilibrio fra il lecito e l’illecito: decoro, sicurezza, ordine pubblico, intento ad una scarsa visibilità è ciò che ancora oggi muove il pensiero e l’azione della nostra società davanti al fenomeno di cui fanno parte per il 50% circa giovani donne straniere, ingannate dalla falsa propaganda di una vita migliore, ritrovatesi debitrici di un sogno verso il “Caronte-protettore”, costrette a prostituirsi in virtù del debito.
E’ il “difetto” linguistico, la valenza dispregiativa che trova nel termine “prostituta” e nelle sue molteplici declinazioni volgari, il massimo “peccato” a ciò che non si deve essere, contrapposto a ciò che non si deve fare: il protettore.
Parliamo ancora di una società che fonda le sue radici sullo sfruttamento del debole, eppure è anche grazie a due uomini, personaggi nel libro, che Wendy oggi è laureata e denuncia la sua storia.
“Il libro è bello per l’interpretazione, l’uso del presente per dare realtà al personaggio, e la cura con cui la scrittrice si rapporta alla fonte.” dice Luciano Granozzi, delegato ai Circuiti Culturali e coordinatore del convegno insieme a Rita Palidda, presidente del Comitato per le Pari Opportunità, a cui si affianca la voce di Amnesty Catania per sostenere e denunciare e chiedere risorse di cittadinanza dal paese di origine ma anche dal nostro paese, perché non si resti ancorati alla giustificazione data dal luogo comune del “mestiere più antico del mondo”.


Sandra Q.

Articolo del 28/11/2007 pubblicato su Step1