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domenica 15 marzo 2009

Intervista ad Emma Dante



- Ha dimostrato che il suo non è soltanto un teatro siciliano volto essenzialmente ad un pubblico regionale, lo ha dimostrato il successo riscontrato nel nord dell’Italia e ancor più in Europa. Come la percezione cambia e si modifica nel contesto, come le intenzioni vengono mantenute o contaminate?

- Lo spettacolo se va fuori dal luogo di origine non si modifica, non cambia faccia, non cambia pelle, è il pubblico che viene contaminato, lo spettacolo rimane la terra di provenienza che cerca d’accogliere il pubblico. Viene percepito da altri fattori, al di là di quello linguistico, subentra il linguaggio emotivo, fisico. Ma entra in gioco anche il desiderio di percezione, serve un pubblico predisposto, intenzionato ad accoglierlo.

- In “Cani di bancata” lei prende una posizione anti-mafia, questione ricorrente, riproponendoci un teatro-denuncia oltre che di ricerca. Lei è una cittadina della “capitale” della mafia, ma sente d’aver dato voce alla sua città? In fondo il suo gesto per il quindicesimo anniversario della morte di Borsellino, in via D’amelio, è passato, per così dire, in “sordina” a Palermo.

- Il mio teatro non ha molta visibilità a Palermo, paradossalmente è accolto meglio a Caltanissetta o a Catania, i palermitani sono abbastanza distaccati; per la performance del 19 luglio a Palermo in memoria di quel dannato pomeriggio del ’92 c’era pochissima gente, è stato triste, soprattutto per questo…

- I suoi spettacoli sono stati definiti “tragedie senza catarsi” o come li definisce lei, spettacoli a “coito interrotto”, tragedie contemporanee, che non danno soluzione. In “Cani di bancata” dalla scena finale possiamo sentire la sua stessa repulsione quando ci presenta gli attori nudi intenti a masturbarsi, eppure di recente il lavoro di siciliani come lei è stato oscurato da una fiction televisiva, “ Il Capo dei Capi” tesa a mettere in rilievo la figura di Riina, quel capo appunto; eppure Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo avevano addirittura rischiato la vita quando usci il libro sull’inchiesta mafiosa.

- Sono sempre stata contraria a raccontare la mafia da un punto di vista “mitologico” , avrei parlato “dello schifo degli schifi”, il titolo scelto mi sembra dare già un indirizzo abbastanza inquietante, Salvatore Riina non era capo di un “cazzo”! La televisione ha il potere di lanciare un messaggio subliminale, mette in luce degli eroi che eroi non sono, io apprezzo Attilio Bolzoni, ma ovviamente la trasposizione televisiva affievolisce spesso le intenzioni, e le manipola secondo leggi proprie, che riguardano altri schemi, altri interessi, in questo caso, trascendendo la denuncia. L’ho trovato stomachevole! Il tentativo di “Cani di bancata” era esattamente l’opposto, ridicolizzare rendere pubbliche le azioni di questi uomini di mafia, esaltare la loro pochezza, la miseria di questi individui, in realtà non esiste questa potenza che continuamente si ostenta ed ostentano. Sono burattini in mano al dio mafia che li governa.

- Nonostante il suo grande successo non ha abbandonato il “Rosso Festival” rassegna del teatro di ricerca di una piccola provincia che è Caltanissetta, mantenendo il suo ruolo di direzione artistica per il sesto anno, ormai. Fa anche questo parte di un impegno, non soltanto artistico?

- Più che una direzione artistica vedo il “RossoFestival” come un appuntamento importante ogni anno, non è un dovere, credo che questo festival possa spostare una piccolissima “virgola” nell’esistenza di qualcuno, lo faccio con grande convinzione, non saprei rinunciarvi.

di Sandra Q.

Febbraio 2007

Biografia di Emma Dante: http://www.emmadante.it/biografia.html

martedì 10 marzo 2009

Il suo nome è Medea?



Da un’interpretazione libera e composita della tragedia “Medea” di Euripide, nasce “Il mio nome è Medea” scritto e diretto da Angelo D’Agosta, al suo esordio.

"Della maga, della pazza se n’è parlato, io volevo esaltare, invece, la donna in Medea, perché è la donna che muove i sentimenti…" sottolinea il regista, che pur avendo scelto un cast unicamente al femminile non tenta la contrapposizione alla rappresentazione classica del veto alla donna sulla scena, quanto piuttosto l’intento di far raccontare "alle donne la storia di una donna".

Il favore di Euripide verso la sua fiera Medea viene ora ripreso e palesato da un bacio in scena dell’autore ad una Medea che perde il suo tono austero e la sua antica etimologia di “astuzia e scaltrezza”, lasciandoci una più romantica donna che prende caratteri più comuni di fragilità e debolezza davanti un amore tradito da Giasone, divenendo a tratti implorante, perdendo dignità nell’espressione del dolore, subendo il suo stesso ripiego e la negazione di un’indole vendicativa, cadendo in un travaglio psicologico di “donne che amano troppo”.
Lo stesso D’agosta nei monologhi della nuova Medea che adesso si rivolge alla luna e non più agli dei, sottolinea il pentimento e il diniego al passato della maga abituata a mettere fra sé ed il nemico la morte, della lucida barbara che colpita nel letto diviene capace di qualunque atto, arrivando al sacrificio estremo dei figli, purché essi siano negati a Giasone, che, invece, ne “Il mio nome è Medea” muoiono a causa di un incidente.
La viltà ed il cinismo di Giasone esaltati da Euripide per contribuire a modificare una visione maschilista del tempo, si affievolisce con D’Agosta che ci mostra un uomo segretamente innamorato della donna tradita, in lotta con interessi, non soltanto per la “ragion di Stato”, ma anche per un’antica promessa di matrimonio fatta a Creusa. D’Agosta istituisce cosi un triangolo, più “televisivo” che di teatro tragico, lasciando intendere una sua ispirazione più contemporanea che classica.

Dietro una recitazione adeguata al testo e coinvolgente nell’interpretazione di Creonte data da Anna Aiello, troviamo una buona idea di scenografia che interagendo con l’azione scenica si lascia spogliare e strappare dando una sensazione di compiutezza e irreversibilità; meno convincenti le video proiezioni, che pur allentando la tensione recitativa lasciano poco spazio all’interpretazione dello spettatore.
Interessanti le musiche originali di Giorgio Romeo, presenza costante sul palco che accompagna con un tema ricorrente e minimale divenendo incalzante nei tratti di maggiore intensità.
Dalla prima esperienza di Angelo D’Agosta e della compagnia formatasi all’occorrenza, traspare un grande entusiasmo e come afferma il regista "nonostante le difficoltà siamo rimasti uniti come un gruppo d’amici, quali poi siamo diventati".

Sandra Q.

Articolo pubblicato del 04/12/2007 pubblicato su Step1