venerdì 17 settembre 2010

“Ti portò cieco questo mio ventre”


“Vorrei sapere cosa farai senza di me”. Con una soddisfazione definitiva mi annunciavi l’ultima partenza, il tuo piacere consumato si accendeva sul ghigno mostruoso delle guance smagrite che ti riconoscevo ancora senza un nuovo motivo: occasione per ferirmi, una nuova scommessa per il giocatore ostinato, con godimento rinnovato e irragionevolmente acerbo nonostante tu avvertissi, per la prima volta, la precarietà. Tutta la vita avevi ignorato l’umana angoscia d’essere passante, anche a questa t’avevo supplito mitigando e infine rinunciando al mio dissenso, ripiegando sul compromesso, avendo accolto lo scacco della tua indifferenza ad ogni tentata rivolta delle mie, ormai seppellite, espressioni. Le mie orecchie ti erano divenute sorde dame di compagnia per la tua vanità che accusavi di innaturale comprensione e che chiamavi compassione, deridendole, irritata, turbata per ciò che non capivi; avevi ragione, non hai mai saputo quanta com-partecipazione avevo imparato -disinteressatamente, temevo-. Ma portavo i capelli corti per te, m’aggrappavo ai tuoi lunghi ricci rossi, m’erano stati da sempre l’estensione dei tuoi sogni, libero pensiero, altalene per il mio -di rimando- e quando il tempo li aveva, necessariamente, imbiancati mi ripetevi che era di certo inutile trovare ragioni nel corso naturale delle cose, piuttosto era lui che t’aveva tradita, perché gli eri stata infedele – infedeltà verso te stessa- dicevi; -non era vero, non lo eri mai stata; apprensiva, ti assecondavi da sempre come fossi tu la madre di te stessa- ma ingoiavo l’inquietudine e tacevo per rimanerti bella, e poi, tu, avresti voluto parlare per anni, tenere alta la retorica del tuo monologo alcolico, mentre davanti a te doveva presenziare un interlocutore senza identità -per sfoghi- che mendicavano molto amore incondizionato e silenzio; la concessione e la bottiglia quasi vuota, poco per volta, t’addormentavano l’insoddisfazione, e allora mi pareva di trovarti mezzi sorrisi mentre puntavi all’orizzonte scavalcando il mio bisogno di ricompensa. Le mie verità t’avevano, da sempre, angosciato e irritato; da bambina ero un fiume in piena, mentre le mie parole sgorgavano per ogni piccola scoperta tu indietreggiavi, non sopportavi tanta novità; quando, a quel punto, ti vedevo con un soldo su un occhio lo raccoglievo per comparti da mangiare.
In una delle tue notti gonfie di vino trovasti la lucidità per dirmi -“tutta la vita cerchiamo qualcuno che sia disposto a farsi carico del dolore che portiamo in spalla, è come un’identità, un’eredità da tramandare, la sto cedendo a te, so che tu mi ami al punto da fartene garante dell’unico bene che ci rende generosi. Ma l’amore non basta”. L’amore non basta, lo sapevo e trattenevo il respiro quasi potesse isolarmi dal mondo e dalle tue certezze, rifiutavo l’aria; uccidermi era l’unica possibile ripicca; avrei voluto negarti l’amore sottraendoti la mia presenza, ma, infine, ricordavo che i morti si dimenticano; e io che ti vedevo accarezzare le pareti della tua stanza, ad occhi chiusi mi dicevi d’ascoltare l’eco dei tuoi antenati; trovavi nei tuoi morti sconosciuti il rispetto di parole meno giovani.
Ti fui madre, figlio, maggiordomo, padre, amico, sorella, compagno, serva. Mi isolai e ti mostrai la mia solitudine perché non t’accorgessi della tua, ti fui buffa molto più di te, erudita quando avevi bisogno d’imparare. Mi umiliai perché non sentissi la tua umiliazione.

Ancora adesso, entrando in casa, mi pare di venire a disturbare le tue abitudini, mi sento ancora ospite in casa mia. I piatti scheggiati, le tazze sbeccate non possono darti più fastidio e ora, loro, mi raccontano una storia di cui sono unici testimoni. Le uova nel frigorifero ti sono sopravvissute.
Ti ho perdonato l’odio che ho provato per te. Sono riuscita a spiegarmi il sollievo per la tua morte ripetendomi spesso che fosti sottratta al male futuro, sollievo per una giustizia invisibile a molti. Il perdono ha mitigato le tante domande che non t’ho mai posto. T’ho perdonata per non essere stata felice con me e poi sono andata a cercarti nei posti che ti somigliano. Sono venuta al mondo per soddisfarti. La casa è cambiata, non riconosceresti i nuovi piccoli segni sui muri, sui pavimenti, ma c’è un punto in cui l’odore è rimasto immutato, t’ha conservato. Spesso -perché è maggio- mi prende la paura -i sondaggi dicono che i suicidi aumentano in primavera- così vado a raccogliere le tue fragole, nel giardino trovo quel tuo ordine composto e aristocratico e così mi accorgo delle primavere degli altri. Quando le conservo ho sempre cura di tenerle lontane dalla marmellata, sono abitudini che non ho perso, volte a provocare il tuo riso di superiorità. Ma la colpa non è tua, mamma, è solo che non hai avuto il tempo di desiderare un figlio, ti è arrivato tuo malgrado. Mi dicevi, spesso, che molte donne scelgono di non essere fecondate perché temono di mettere al mondo un Cristo.


dal progetto "Lo sguardo incantato" ospitato da Arte al cubo 2010 dal 18 settembre al chiostro dell'ex liceo Gulli e Pennisi
Via A. di Sangiuliano, 15 Acireale, Catania