giovedì 1 ottobre 2009

Ma chi ci ha rigirati così che qualsia quel che facciamo è sempre come fossimo nell’atto di partire? Come colui che sull’ultimo colle che gli prospetta per una volta ancora tutta la sua valle, si volta, si ferma, indugia- così viviamo per dir sempre addio.
(Rainer Maria Rilke)

martedì 4 agosto 2009

Sappi che tutte le strade

Sappi che tutte le strade, anche le più sole
hanno un vento che le accompagna

e che il gomitolo, forse
non ha voluto diventar maglione

che preferisco non imparare la rotta
per ricordarmi il mare.

di G.M. Testa

domenica 15 marzo 2009

Intervista ad Emma Dante



- Ha dimostrato che il suo non è soltanto un teatro siciliano volto essenzialmente ad un pubblico regionale, lo ha dimostrato il successo riscontrato nel nord dell’Italia e ancor più in Europa. Come la percezione cambia e si modifica nel contesto, come le intenzioni vengono mantenute o contaminate?

- Lo spettacolo se va fuori dal luogo di origine non si modifica, non cambia faccia, non cambia pelle, è il pubblico che viene contaminato, lo spettacolo rimane la terra di provenienza che cerca d’accogliere il pubblico. Viene percepito da altri fattori, al di là di quello linguistico, subentra il linguaggio emotivo, fisico. Ma entra in gioco anche il desiderio di percezione, serve un pubblico predisposto, intenzionato ad accoglierlo.

- In “Cani di bancata” lei prende una posizione anti-mafia, questione ricorrente, riproponendoci un teatro-denuncia oltre che di ricerca. Lei è una cittadina della “capitale” della mafia, ma sente d’aver dato voce alla sua città? In fondo il suo gesto per il quindicesimo anniversario della morte di Borsellino, in via D’amelio, è passato, per così dire, in “sordina” a Palermo.

- Il mio teatro non ha molta visibilità a Palermo, paradossalmente è accolto meglio a Caltanissetta o a Catania, i palermitani sono abbastanza distaccati; per la performance del 19 luglio a Palermo in memoria di quel dannato pomeriggio del ’92 c’era pochissima gente, è stato triste, soprattutto per questo…

- I suoi spettacoli sono stati definiti “tragedie senza catarsi” o come li definisce lei, spettacoli a “coito interrotto”, tragedie contemporanee, che non danno soluzione. In “Cani di bancata” dalla scena finale possiamo sentire la sua stessa repulsione quando ci presenta gli attori nudi intenti a masturbarsi, eppure di recente il lavoro di siciliani come lei è stato oscurato da una fiction televisiva, “ Il Capo dei Capi” tesa a mettere in rilievo la figura di Riina, quel capo appunto; eppure Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo avevano addirittura rischiato la vita quando usci il libro sull’inchiesta mafiosa.

- Sono sempre stata contraria a raccontare la mafia da un punto di vista “mitologico” , avrei parlato “dello schifo degli schifi”, il titolo scelto mi sembra dare già un indirizzo abbastanza inquietante, Salvatore Riina non era capo di un “cazzo”! La televisione ha il potere di lanciare un messaggio subliminale, mette in luce degli eroi che eroi non sono, io apprezzo Attilio Bolzoni, ma ovviamente la trasposizione televisiva affievolisce spesso le intenzioni, e le manipola secondo leggi proprie, che riguardano altri schemi, altri interessi, in questo caso, trascendendo la denuncia. L’ho trovato stomachevole! Il tentativo di “Cani di bancata” era esattamente l’opposto, ridicolizzare rendere pubbliche le azioni di questi uomini di mafia, esaltare la loro pochezza, la miseria di questi individui, in realtà non esiste questa potenza che continuamente si ostenta ed ostentano. Sono burattini in mano al dio mafia che li governa.

- Nonostante il suo grande successo non ha abbandonato il “Rosso Festival” rassegna del teatro di ricerca di una piccola provincia che è Caltanissetta, mantenendo il suo ruolo di direzione artistica per il sesto anno, ormai. Fa anche questo parte di un impegno, non soltanto artistico?

- Più che una direzione artistica vedo il “RossoFestival” come un appuntamento importante ogni anno, non è un dovere, credo che questo festival possa spostare una piccolissima “virgola” nell’esistenza di qualcuno, lo faccio con grande convinzione, non saprei rinunciarvi.

di Sandra Q.

Febbraio 2007

Biografia di Emma Dante: http://www.emmadante.it/biografia.html

martedì 10 marzo 2009

Kandinsky era una grande jazzista



Il neofita sta davanti la forma d’arte ancora poco conosciuta, si emoziona a tratti, a tratti viene semplicemente stuzzicato dal ritmo, nel momento seguente ne viene espulso, provando uno strano senso di colpa, dato dalla sua incapacità di percepirne il vero intento, avvalorato dalla consapevolezza degli anni di storia che hanno fatto del jazz un vero culto per ascoltatori e musicisti.
Cosi i musicisti lasciano vibrare le loro corde, a volte l’improvvisazione prende il sopravvento e i “dervisci” si portano all’estasi suprema per opera del loro accompagnamento, che pare poter diventare mistico.
Io sono in un tavolo a circa tre metri dal palco, scatto delle foto e alla mente mi balza l’idea de L’oeil écoute, l’occhio che ascolta, e posso lasciarmi andare a verosimili voli pindarici sentendomi in diritto di pensare che Kandinsky era una grande jazzista, ma lui non lo sapeva. E adesso sono il primo uomo incorrotto davanti l’arte astratta del maestro, libera dal realismo trascinato nei secoli, l’intenzione primordiale mi spinge ad indagare, scoprire l’inganno, riformulare l’interrogativo, il mio occhio ha perso ogni suo punto di riferimento, eppure sento uno strano fascino, il ronzio dell’ inquietudine, normale sentire anche rumori e suoni, il pulsare sordo di una cacofonia, colori e forme improbabili che non rimandano a nulla di ciò che conoscevo e sul quale riposava la mia esperienza, la perdita dello schema, della regola, del “bello” sancito, lo stacco dall’ auctoritas che porta l’uomo al suo umanesimo e poi infine alla sua rinascita. "Il colore è il tasto. L'occhio è il martelletto. L'anima è il pianoforte dalle molte corde. L'artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, mette preordinatamene l'anima umana in vibrazione. È chiaro, allora, che l'armonia dei colori deve fondarsi esclusivamente sul principio della scelta adeguata dei tasti da far risuonare nell'anima umana. Questa base deve porsi come principio della necessità interiore" (V. Kandinsky, ne "L'elemento spirituale nell'arte", 1912).


Sandra Q.

Il suo nome è Medea?



Da un’interpretazione libera e composita della tragedia “Medea” di Euripide, nasce “Il mio nome è Medea” scritto e diretto da Angelo D’Agosta, al suo esordio.

"Della maga, della pazza se n’è parlato, io volevo esaltare, invece, la donna in Medea, perché è la donna che muove i sentimenti…" sottolinea il regista, che pur avendo scelto un cast unicamente al femminile non tenta la contrapposizione alla rappresentazione classica del veto alla donna sulla scena, quanto piuttosto l’intento di far raccontare "alle donne la storia di una donna".

Il favore di Euripide verso la sua fiera Medea viene ora ripreso e palesato da un bacio in scena dell’autore ad una Medea che perde il suo tono austero e la sua antica etimologia di “astuzia e scaltrezza”, lasciandoci una più romantica donna che prende caratteri più comuni di fragilità e debolezza davanti un amore tradito da Giasone, divenendo a tratti implorante, perdendo dignità nell’espressione del dolore, subendo il suo stesso ripiego e la negazione di un’indole vendicativa, cadendo in un travaglio psicologico di “donne che amano troppo”.
Lo stesso D’agosta nei monologhi della nuova Medea che adesso si rivolge alla luna e non più agli dei, sottolinea il pentimento e il diniego al passato della maga abituata a mettere fra sé ed il nemico la morte, della lucida barbara che colpita nel letto diviene capace di qualunque atto, arrivando al sacrificio estremo dei figli, purché essi siano negati a Giasone, che, invece, ne “Il mio nome è Medea” muoiono a causa di un incidente.
La viltà ed il cinismo di Giasone esaltati da Euripide per contribuire a modificare una visione maschilista del tempo, si affievolisce con D’Agosta che ci mostra un uomo segretamente innamorato della donna tradita, in lotta con interessi, non soltanto per la “ragion di Stato”, ma anche per un’antica promessa di matrimonio fatta a Creusa. D’Agosta istituisce cosi un triangolo, più “televisivo” che di teatro tragico, lasciando intendere una sua ispirazione più contemporanea che classica.

Dietro una recitazione adeguata al testo e coinvolgente nell’interpretazione di Creonte data da Anna Aiello, troviamo una buona idea di scenografia che interagendo con l’azione scenica si lascia spogliare e strappare dando una sensazione di compiutezza e irreversibilità; meno convincenti le video proiezioni, che pur allentando la tensione recitativa lasciano poco spazio all’interpretazione dello spettatore.
Interessanti le musiche originali di Giorgio Romeo, presenza costante sul palco che accompagna con un tema ricorrente e minimale divenendo incalzante nei tratti di maggiore intensità.
Dalla prima esperienza di Angelo D’Agosta e della compagnia formatasi all’occorrenza, traspare un grande entusiasmo e come afferma il regista "nonostante le difficoltà siamo rimasti uniti come un gruppo d’amici, quali poi siamo diventati".

Sandra Q.

Articolo pubblicato del 04/12/2007 pubblicato su Step1

Debito di genere femminile plurale



Per ricostruire la propria identità si riparte dalla negazione “ Il mio nome non è Wendy”, è il racconto di una giovane donna nigeriana che dall’Africa arriva in Italia in cerca di riscatto dalla povertà del suo paese, ritrovandosi vittima del mercato della prostituzione, che viene scritto e interpretato da Paola Monzini, ricercatrice e storica.
“…ho collaborato con le Nazioni Unite, magistrati, conobbi la tratta che porta le nigeriane in Italia da molte angolazioni, nacque un saggio a cui, però, mancava una testimonianza diretta. Wendy cercava qualcuno che desse voce alla sua storia mai raccontata.”, cosi descrive Paola Monzini l’input del libro, nel convegno tenuto al Monastero dei Benedettini giorno 27 novembre, a cui ha preso parte Emanuela Abbatecola, sociologa dell’Università di Genova che ci invita a riflettere sulla posizione determinante del cosiddetto “cliente”, che nonostante si nasconda dietro la neutralità e genericità del termine stesso, è soggetto determinante della richiesta che crea il mercato.
E’ paradossalmente il senso di colpa ad accompagnare queste donne vittime di una realtà imposta loro malgrado, riflette Pina Mendorla, professoressa dell’ Università di Catania intervenuta anch’essa alla tavola rotonda sul mercato globale della prostituzione.
La violenza impartita sia psicologicamente che fisicamente trova nello status di prostituta, poi, aggiunto a quello di extra-comunitaria, se non una ragione d’essere, almeno una gravità minore, “…a volte sono proprio uomini delle forze dell’ordine a chiedere prestazioni gratuite, piuttosto che difendere e salvaguardare i diritti violati di queste donne…” si osserva.
Il libro è anche la denuncia di una realtà “tollerata”, che trova il suo disequilibrio fra il lecito e l’illecito: decoro, sicurezza, ordine pubblico, intento ad una scarsa visibilità è ciò che ancora oggi muove il pensiero e l’azione della nostra società davanti al fenomeno di cui fanno parte per il 50% circa giovani donne straniere, ingannate dalla falsa propaganda di una vita migliore, ritrovatesi debitrici di un sogno verso il “Caronte-protettore”, costrette a prostituirsi in virtù del debito.
E’ il “difetto” linguistico, la valenza dispregiativa che trova nel termine “prostituta” e nelle sue molteplici declinazioni volgari, il massimo “peccato” a ciò che non si deve essere, contrapposto a ciò che non si deve fare: il protettore.
Parliamo ancora di una società che fonda le sue radici sullo sfruttamento del debole, eppure è anche grazie a due uomini, personaggi nel libro, che Wendy oggi è laureata e denuncia la sua storia.
“Il libro è bello per l’interpretazione, l’uso del presente per dare realtà al personaggio, e la cura con cui la scrittrice si rapporta alla fonte.” dice Luciano Granozzi, delegato ai Circuiti Culturali e coordinatore del convegno insieme a Rita Palidda, presidente del Comitato per le Pari Opportunità, a cui si affianca la voce di Amnesty Catania per sostenere e denunciare e chiedere risorse di cittadinanza dal paese di origine ma anche dal nostro paese, perché non si resti ancorati alla giustificazione data dal luogo comune del “mestiere più antico del mondo”.


Sandra Q.

Articolo del 28/11/2007 pubblicato su Step1

martedì 6 gennaio 2009

Souvenir dans le noir

"Il guajo è che voi, caro, non saprete mai, nè io vi potrò mai comunicare come si traduce in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sè, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell'accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d'intenderci; non ci siamo intesi affatto"

di Pirandello